Uno sguardo a Sicilia En Primeur 2018

Uno sguardo a Sicilia En Primeur 2018

Tra i migliori Bianchi assaggiati da Emanuele Alessandro Gobbi ci sono anche i vini di Fondo Antico

In un’atmosfera briosa e appariscente, così come si presenta al pubblico in questo preciso istante Palermo, dove arte, teatro e dialogo tra civiltà invadono le strade in maniera inesorabile, non poteva mancare la quarta manifestazione di Sicilia en Primeur ’18. In tale crocevia nevralgico dal passato millenario, iniziando dalle origini fenicie, la greca Panormos, poi romana, araba e infine normanna, la convivenza marcia spedita e trova vigore nella storia di un capoluogo avvezzo e familiarizzato proprio a questo senso di collettività.


Ecco allora che la Sicilia del vino si congiunge, non a caso, nella storica dimora di Palazzo Belmonte Riso, raggiante palazzo settecentesco, in chiaro stile neoclassico, ospitante il Polo Museale d’Arte Moderna e Contemporanea, assai attento al territorio e al dialogo tra linguaggi e discipline differenti. La Trinacria enologica si riunisce pertanto consapevole dell’attenzione nazionale e internazionale che giustamente sta ricevendo e ostenta una visione d’intenti che gioca bene sull’equilibrio dei numerosi attori coinvolti. Alessio Planeta, attuale presidente di Assovini Sicilia nonchè proprietario dell’omonima cantina, nel rimembrare con orgoglio e con altrettanta semplicità, la nascita di tale associazione auspicata dallo zio Diego, da Giacomo Rallo e da Lucio Tasca d’Almerita, pone l’accento sulla caparbietà del folto gruppo nel comunque faticoso percorso di fare insieme impresa.

Già, perché far conoscere un vero e proprio “continente viticolo” (qual è indiscutibilmente la loro Sicilia), attraverso la voce delle cantine che lavorano per renderla autentica e matura allo stesso tempo, rappresenta sempre di meno un ostacolo o tantomeno una chimera. Le voci non sono per nulla sottili e deboli, anzi sono più di 70, e sanno bene che per accomunare i tre elementi fondamentali - controllo totale della filiera vitivinicola, dal vigneto alla bottiglia, produzione di vino di qualità imbottigliato e visione internazionale del mercato – occorre tener presente che la cultura della vite è presente sull’isola ormai nel secondo millennio a.C., ben prima della colonizzazione da parte dei Greci, a
testimonianza di un vaso potorio rinvenuto proprio nel Siracusano. 

La sfida che deve affrontare domani Palermo, così come l’intero comprensorio regionale, lo ricorda poi, e aggiungo molto bene, il sindaco Leoluca Orlando, grintoso, sarcastico e coinvolgente più che mai. Nel suo intervento, egli sottolinea più volte il fatto che solo attraverso la consapevolezza degli errori del trascorso, è lecito e gradito riproporsi in nuove forme, scommettendo sulla consolidata sintonia multiculturale tipica di una metropoli “non europea”, ma al centro del Mediterraneo. 

L’asticella si alza sempre di più, edizione dopo edizione. Lo si nota, eccome, negli approcci e nei contenuti che ogni produttore mostra ai diretti interessati con acume e senso di appartenenza: ben inteso, non necessariamente di origine! All’interno di questa straordinaria varietà umana e ampelografica, ho cercato perciò di concentrarmi personalmente su un aspetto in particolare: la tanto osannata e contemporaneamente fuorviante mineralità, cioè il descrittore più arduo da esplicare in senso astratto. Nella seducente trasferta che ho svolto all’interno del comprensorio etneo, mi sono immerso in un habitat unico, in grado di formare una biodiversità sorprendente per varietà e bontà, tra meli, castagni, noccioleti, mandorli, ciliegi, ginestre che segnano il territorio e si alternano a viti ultracentenarie.

Spero dunque di aver riscontrato, nelle varie occasioni, le cosiddette sensazioni palatali di sapidità/salinità, alquanto prossime alle percezioni di roccia umida, di mare e talvolta di pietra focaia nei seguenti sorsi: Etna Bianco Superiore di Barone di Villagrande; Etna Rosato e Bianco di
Cottanera; Archineri Rosso e Bianco di Pietradolce; Bianco di Sei di Palmento Costanzo; Erse Bianco e Rosso di Tenuta di Fessina e infine Etna Rosso Pietrarizzo di Az. Agr. Tornatore.

Giunto a Palermo, ovvero nell’indiscussa e meritoria capitale della cultura 2018, ho continuato la degustazione seguendo lo stesso “diktat” sensoriale (e nuovamente individuale) di riferimenti anologici, intrapreso nei terreni lavici del Catanese, le cui proprietà si dimostrano effettivamente in notevole equilibrio con le prerogative vegetali dei vitigni Carricante, Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio. E quindi, dulcis in fundo, ho optato per il comprensorio della Val di Mazara, scovando esclusivamente tra i Catarratto (lucidi e non), i Grillo e gli Inzolia alcune piacevoli emozioni, dove gli elementi minerali imprimono al vino quei famosi caratteri (probabilmente) unici e irriproducibili.


Negli assaggi scelgo, dopo un’ardua selezione, i bianchi di Alessandro di Camporeale, di Baglio del Cristo di Campobello, di Fondo Antico, di Cantine Rallo, di Tenuta Gorghi Tondi, di Castellucci Miano, di Feudo Montoni e di Centopassi. La prossima volta andrò incontro al rispettabilissimo Frappato, al Perricone e a sua maestà Nero d’Avola, con il medesimo entusiasmo e il desiderio di ulteriori e proficue conoscenze.

L'articolo originale lo trovate su Ernestogentili.it di Emanuele Alessandro Gobbi

 

 



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